mercoledì 16 aprile 2014

I Gatti di Hemingway

I Gatti di Hemingway
Hemingway ne aveva ben cinquantasette, alloggiati all’ultimo piano della sua villa cubana. I gatti erano la sua fonte di ispirazione e di consolazione: se li teneva vicino mentre rifletteva, mentre scriveva; e i gatti, con le loro movenze sinuose, gli occhi magnetici e il brusio soffice delle loro fusa, erano nutrimento per l’anima, quel sentimento che accendeva l’estro della sua scrittura.

Un amore iniziato negli anni dell’infanzia vissuta all’aria aperta, tra gli alberi di Oak Park – sobborgo di Chicago che gli diede i natali – e le gite alla riserva indiana insieme al padre, medico naturista che l’infettò con la passione per la natura e soprattutto per gli animali.

Il preferito era Snowball, polidattile, grande amatore, despota indiscusso della popolazione felina di Key West.
Ai gatti riesce senza fatica ciò che resta negato all'uomo: attraversare la vita senza fare rumore” pensava tuttavia Ernest...

Muse ispiratrici e fonti di affetto, i gatti ricordavano a Hemingway la bellezza, del mondo e della vita, nonostante la sua assoluta mancanza di senso davanti alla prospettiva della fine. Bevitore incallito, impenitente donnaiolo, avventuriero sprezzante del pericolo e irriverente davanti alla paura della morte: solo i gatti riuscivano a sciogliere l’aspro involucro dentro al quale Hemingway custodiva la sua essenza più tenera e commossa, la parte migliore e peggiore della sua personalità, croce e delizia e fiamma viva e ardente della sua scrittura.

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